Pietro Catalano poeta: la nostra intervista 

 

Pietro Catalano poeta: la nostra intervista

 Pietro Catalano è nato a Palermo e vive a Roma, in questa meravigliosa città che è capace di accogliere ma che è purtroppo piagata da eventi che non hanno rispetto del suo fascino, della sua storia, della sua anima culturale e dei cittadini.

Pietro è membro di varie Associazioni Culturali ed è componente di giuria in alcuni premi letterari. Figura tra i vincitori di numerosi concorsi nazionali e internazionali; tra i riconoscimenti più significativi citiamo il “Premio Speciale Stampa”, Premio «Artisti per la Pace» e Premio alla Carriera alla «V Edizione del Premio Internazionale Magnolia».

Delle sue opere si sono occupati diversi studiosi e critici di fama.

Pietro Catalano ha un significativo profilo culturale che viene messo in luce dall’intervista condotta dallo scrittore e giornalista Andrea Lepone, Presidente di Giuria

Intervistiamo oggi Pietro Catalano che, oltre ad una soddisfacente carriera alle dipendenze dell’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, può vantare un curriculum letterario degno della massima considerazione. Vincitore di numerosi concorsi letterari, le sue liriche figurano in antologie didattiche, collane e riviste di settore, tradotte anche in lingua inglese.

Per stabilire da subito un clima di dialogo propongo di passare al “tu”.

Certamente, con l’occasione ti faccio i complimenti per la tua attività di giornalista e scrittore, per le opere pubblicate e per i meritati riconoscimenti ottenuti.

Buongiorno Pietro, grazie per la tua disponibilità e complimenti per il riconoscimento conseguito nell’ambito del Concorso Letterario “Il Macinino”. L’opera da te composta, intitolata “La mia città” e classificatasi al 2° posto ex aequo nella sezione dedicata alla poesia, sembra essere una chiara riflessione, un sorta di mesto tributo alla città di Roma. Cosa ti ha spinto a comporre questa lirica?

La poesia “La mia città” l’ho scritta alcuni anni fa e rappresenta, così come tu hai mirabilmente sintetizzato, “una sorta di tributo alla città di Roma”, dove mi sono stabilito negli anni 80. Sono originario di Palermo e sono approdato a Roma per motivi di lavoro, dopo aver prestato servizio – sempre nella pubblica amministrazione – a Venezia e Cuneo. E’ stata una scelta meditata e tenacemente perseguita perché Roma ha sempre rappresentato per me la città ideale in cui vivere, ricca di storia, memoria, cultura, bel clima, accogliente, insomma per dirla con il titolo di un famoso film di Rossellini ”Roma città aperta”. I primi versi “raccontano” una dimensione più personale della mia vita, “braccia aperte al cielo”, come esigenza di “infrangere” ogni confine ed aprirsi al mondo. E’ per questo motivo che ho scelto Roma, perché la sua storia testimonia una vocazione all’incontro e al dialogo, capace di operare una sintesi tra le diversità, non solo capitale d’Italia, ma anche della cristianità. Mi addolora pertanto verificarne lo stato di “decadenza” rispetto al passato, e da qui l’affermazione “dimentica il suo futuro”. La poesia – intrisa di mestizia, come hai sapientemente colto – è tutto sommato un atto d’amore per questa città, unito alla speranza che torni a “riappacificarsi” con la sua storia più nobile e che l’ha resa “eterna”.

All’interno dell’opera, tu non celebri le bellezze della Città Eterna, bensì ne tratteggi sapientemente ricordi, aneddoti e situazioni… quali episodi, legati indissolubilmente a Roma, hanno segnato maggiormente il tuo animo?

Come ho precedentemente detto, sono turbato dallo stato di decadenza della città. Roma è sicuramente una delle più belle città del mondo, ma c’è una sottile differenza tra il vissuto di chi la visita per inebriarsi delle sue bellezze e chi vi risiede e tutti i giorni deve inevitabilmente confrontarsi con le sue inefficienze gestionali. Raggiungere il posto di lavoro spesse volte è un’odissea, alle prime piogge si verificano puntualmente allagamenti, metro e autobus sempre più soggetti a guasti al di là dell’ordinario, buche non riparate che procurano gravi danni e talvolta incidenti mortali. Potrei continuare, ma non mi sembra il caso di infierire più di tanto. Va inoltre detto che una città non è rappresentata solo dal “salotto buono”, ma comprende anche le periferie e Roma – così come altre città della nostra amata penisola – in tal senso ha un grave debito nei confronti delle zone degradate e delle classi sociali meno abbienti. Tutto ciò incide sulla qualità della vita di molti cittadini e direi sulla condizione dello “spirito”. Di contro non mancano iniziative e spazi culturali inclusivi, in sintesi Roma non difetta di un’umanità che resiste, che guarda al futuro con coraggio e speranza, certa che è “sempre roseo il sole che tramonta accarezzando il Cupolone”.

Pietro Catalano poeta: la nostra intervista

 Ci sono grandi poeti romani ai quali ti ispiri, o che ti hanno influenzato nel corso della tua carriera letteraria? Magari Trilussa o il Belli?

Ho sempre apprezzato i poeti romani, tra i quali Trilussa, Belli e Pascarella. Leggendo i loro testi, si comprende appieno la “romanità” che – per dirla con le parole di Paolo Paccagnani –  è animata di fatto da varie componenti, tra le quali l’ironia, una certa dose di (disincantato) cinismo, un po’ di fatalismo, ma soprattutto da una grande, e direi penetrante, umanità. Premesso ciò, i poeti che maggiormente hanno influenzato il mio percorso poetico sono stati Quasimodo, Montale, Leopardi, Neruda, Baudelaire, Dickinson, Whitman. E poi – a ben guardare – va detto che ogni “poeta” è figlio del suo tempo.

Quale messaggio intendi condividere con i lettori, attraverso le tue poesie?

Credo che ogni poeta scriva per un bisogno insopprimibile. Per me è importante cogliere l’attimo in cui la parola poetica si manifesta e conseguentemente assecondare il bisogno di andarle incontro, direi di abbracciarla.

Riguardo al messaggio che intendo condividere con i lettori, posso dire che sento prevalentemente il bisogno di volgere lo sguardo al sociale e alla realtà che ci circonda. Una mirabile e puntuale sintesi riguardo alla mia poetica è stata fatta da Nazario Pardini il quale, per caratterizzarne “l’empito ispirativo”, ha menzionato le parole di John Donne: “La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te”. E’ in questo senso – direi – che possono essere interpretate le mie poesie, vale a dire la capacità di trasformare l’io soggettivo nel noi collettivo.

Pietro Catalano: la nostra intervista

Per te, quanto conta, oggi, l’arte della scrittura poetica in quanto strumento di memoria sociale?

Oggi più che mai è importante avere memoria della nostra storia, dei suoi contenuti e, di conseguenza, degli insegnamenti morali che da essa possiamo trarre. I social rappresentano una nuova forma di comunicazione e di “controllo sociale”, per cui oggi più di ieri si avverte la necessità di vigilare sulla veridicità delle fonti di informazione. L’essere umano è rappresentato dalla sua memoria, dal suo vissuto individuale e collettivo. La poesia, per la sua peculiarità – a mio avviso – dovrebbe avere pertanto anche funzione di memoria sociale. Come dice Luis Sepulveda “Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro”.

Qual è il tuo componimento preferito, in termini assoluti?

Non c’è un componimento che preferisco in assoluto perché ciascuno rappresenta sentimenti, ricordi, riflessioni. Alcune poesie sono incentrate su temi di carattere sociale, altre trattano della condizione umana, altre ancora indugiano su una dimensione più intimista. Pertanto, direi, che ciascuna poesia è parte del mio pensiero e del mio essere, parte di un tutto inscindibile.

Grazie Pietro per il tempo che ci hai concesso, con l’auspicio che ci seguirai con il tuo apprezzamento nei prossimi Concorsi Letterari che bandiremo.

 

 

 

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