Nicolina Ros: La prova del 9

Nicolina Ros: La prova del 9

Poesia 160

 

Nicolina Ros: La prova del 9

Pubblichiamo, così come previsto dal Regolamento del nostro Concorso Letterario “Il Macinino”, le opere dei primi tre classificati nelle Sezioni Poesie e Racconti.

L’autrice Nicolina Ros, con il suo racconto La prova del 9, si è classificata al posto nella Sezione Racconti.

Nicolina Ros: La prova del 9

Iniziamo con una breve sinossi dell’opera:

LA PROVA DEL 9

(Sinossi)

Il  tema centrale del racconto è basato sulla sofferenza di un bambino nel suo periodo più felice e spensierato:   l’infanzia. La mancata diagnosi della sua dislessia influisce pesantemente sul futuro limitandolo nelle sue capacità di relazionarsi con gli altri soprattutto nell’apprendimento scolastico.

I problemi di apprendimento, se non diagnosticati sin dai primissimi anni di scuola, portano i bambini ad una serie di difficoltà e fatiche sia sul piano didattico sia su quello comportamentale. Le fragilità, poi, sono subito colte da coetanei insensibili e ineducati i quali innescano fenomeni di bullismo. Il tutto, spesso, sotto gli occhi poco vigili di insegnanti distratti se non addirittura indifferenti.

Dopo vari cambi di scuole senza risultato il bambino trova, con l’aiuto di un bravo psicologo, l’accettazione del suo stato e la consapevolezza che doveva credere in se stesso, nelle sue innate qualità fino ad allora inespresse, riuscendo così a liberarlo tirandolo fuori dal marasma dove era scivolato e che rischiava di farlo impazzire.

 

L’OPERA:

LA PROVA DEL NOVE

 

“Il mio inciampare anche sulla parola più semplice era recepito come normale difficoltà della prima infanzia, che si sarebbe risolta spontaneamente. Quando ne avevo avuto coscienza compresi invece che era una difficoltà che in me si manifestava nel parlare, e nell’esporre verbalmente anche il più semplice pensiero che in testa, invece, avevo chiaro. Inutile dire che, nella mia ingenuità di bambino, credevo fosse così per tutti.

Fui subito etichettato: “Sarà un bambino normale? Sarà un bambino depresso?”

Allora neppure capivo il significato di quei termini usati dalle maestre. Avevo chiesto a mia madre cosa volesse dire, depresso. Perché depresso? Io avevo una bella famiglia unita, un papà che mi adorava, una mamma speciale, una sorella studentessa modello e bellissima.

Ero un bambino timido, introverso e tendente a isolarsi, ma derivava dal fatto che mi era difficile esprimermi.

Era solo l’inizio! Ben presto i compagni presero a deridermi e le insegnanti non si preoccuparono d’intervenire anzi, loro apertamente mi richiamavano dandomi del distratto, del passivo, passando poi a: “Asino” e ridevano a ripetermi il verso.

Solo! Così mi sentivo e in questa condizione cominciai a costruire un muro intorno a me sempre più alto, per nascondere l’umiliazione e fui segnalato come soggetto con difficoltà di apprendimento.

Per illudermi che così non fosse, minimizzavo i loro comportamenti, al punto di convincermi che, mentre loro avevano avuto in dote dalla nascita, il libretto delle istruzioni sul quale contare per ogni risposta, il mio libretto d’istruzioni era dotato di fogli bianchi.

Io avevo bisogno di un percorso alternativo altrimenti mi entravano in testa valanghe di lettere che formavano un’accozzaglia di parole che mi creavano una martellante confusione.

Lettere, sillabe:

“Mettetevi in ordine!”, supplicavo.

Invece, come dentro un sacco, esse si agitavano, sfarfallando come falene impazzite  davanti alla luce di un faro ed io, con un improbabile retino, tentavo di catturarle per poi metterle in fila ordinata.

Il sacco delle lettere, era divenuto la mia ossessione. Le imploravo di essere brave con me, ma loro se ne infischiavano, dando ragione a chi mi chiamava asino.

Nella confusione in cui io mi dibattevo, ero riuscito a comporre la prima frase: “Io sono sbagliato!”, e fu come un preludio a tutto ciò che di sbagliato sarebbe venuto ad angosciarmi, a compromettere il mio futuro. La seconda frase che composi:

“Gli altri hanno sempre ragione!”.

Tutto ciò che riuscivo a esprimere, era sbagliato. In ricreazione mi rifugiavo nell’angolo in fondo al cortile della scuola, solo! Per salvarmi, immaginavo di essere via da quel cortile, in un luogo più adatto a me. Quel luogo esisteva veramente, Riserva lo chiamavo.

Era un angolo di paradiso in mezzo alla campagna, dove mi rifugiavo nei momenti liberi. Guardando il cielo aperto immaginavo di balzare sulle nuvole e, le lettere refrattarie, dispettose e ostiche, mi uscivano come in un canto e formavano frasi bellissime. In quello stato di grazia, non balbettavo, componevo versi in rima baciata e li declamavo al vento. Tutto questo era come l’effetto di una droga: il benessere che mi procurava era intenso, ma effimero. Nella realtà vissuta a scuola, nell’assenza di amici e di aiuto specifico, svaniva la bontà inebriante di quel luogo e l’incapacità di integrarmi autorizzava i miei compagni a comportarsi con me, come se fossi un deficiente.

A scuola ero segnato come un “Niente”. Tutti additandomi usavano quest’aggettivo, che ogni giorno lievitava, diventava sasso, macigno, montagna che sovrastava l’intero pianeta, pronta a rovinarmi addosso, a schiacciarmi, ad annullarmi.

Anche a casa mi opprimeva la sua ombra.

La mia condizione di alunno, ormai, era definita: È distratto. Non si concentra. Non partecipa attivamente. Si isola senza motivo.

I miei elaborati erano una sequela di parole cerchiate di rosso, come un campo di grano pieno di papaveri.

Tuttora odio il rosso!

Ma una cosa, mi era chiara: io non ero un deficiente. Io capivo le lezioni anche prima degli altri bambini, la difficoltà stava nel tradurre in parole le risposte.

“Parla peggio di un extracomunitario uscito dalla giungla”, così al colloquio con i genitori l’insegnante si era espressa con mia madre! Dopo l’infelice uscita che aveva fatto sbiancare mamma, fui certo di odiare la scuola, le lettere, le sillabe, le parole, le frasi, la scrittura e tutto ciò che il cervello doveva elaborare.

Il mio rendimento, non migliorava. Cercavo di mettercela tutta, ma la mia rabbia cresceva di pari passo alla frustrazione dovuta al fatto che nessuno tentava di prospettarmi una soluzione.

Ho chiaro il ricordo di un compagno di classe che, nel tema, aveva scritto di come vedeva se stesso nello spazio. Quando l’insegnante gli aveva chiesto di leggerlo alla classe, mi accorsi che combaciava con la mia visione, ma io avevo sviluppato anche delle descrizioni minuziose che… non ero riuscito a trasferire sul foglio, rimasto bianco sul banco. Provai il desiderio di mordermi la mano che non era stata capace di catturare le parole e vergarle sulla carta.

Quanta fatica!

Ancora risento il ronzio nelle orecchie che nasceva dal pianto impotente trattenuto davanti alle maestre.

Davanti a loro inghiottivo il nodo delle lacrime e i singhiozzi che, restando incastrati nel petto, parevano lacerarlo. Le cinque classi della scuola primaria furono uno stillicidio. I miei genitori, forse per stimolarmi, m’iscrissero ad un corso di equitazione. Fu una scelta giusta. Mi piacevano i cavalli e, frequentandoli, mi resi conto che oltre a trarne energia, davano sollievo al mio smarrimento.

Il ciclo delle medie non fu migliore. Rabbia, frustrazione e ribellione erano mostri che, trattenuti, lievitavano dentro il mio silenzio.

Mi comportavo come il tonto perdente, rispettoso, per incapacità di reagire! Mi sentivo assolutamente inadeguato e davanti al professore che, a fine spiegazione, premiava il ragazzo più veloce nel rispondere, restavo confuso e avvilito. Io avevo bisogno di tempo, avevo bisogno di elaborazioni lunghe.

E venne il giorno in cui trovai il coraggio di ridere guardando la prof in faccia, indispettita per la mia difficoltà a spiegarle com’ero riuscito a fare la prova del 9, fuori dal metodo canonico, impossibile per me da percorrere.

Ridevo con lo stomaco strizzato dall’emozione per quel risultato raggiunto. Un risultato al quale ero arrivato da solo che mi elettrizzava. Ridevo per non farle capire quanto mi faceva male il suo sguardo che mi trapassava. Ridevo perché, in quel momento, non sapevo fare altro, era una reazione incontrollabile, ma non era certo un riso beffardo come lei lo intese e, inviperita, reagì.

Afferrato il cancellino della lavagna, gonfio della polvere di gesso, me lo schiacciò sul viso ruotandolo poi su se stesso come se fossi una scritta che intendesse cancellare, facendomi diventare lo zimbello davanti ai ventinove alunni che sghignazzavano.

Lei continuò fino a che mi vide boccheggiare e diventare blu per la difficoltà di respirare.

Io, allergico alla polvere, per alcuni minuti provai la sensazione di soffocare e caddi sul pavimento boccheggiando.

La prof si prese uno spavento memorabile, ma non si abbassò a scusarsi con mia madre e neppure a elogiarmi per aver trovato, nella mia difficoltà, un percorso alternativo per arrivare alla prova del nove.

Da quel momento per sopravvivere imparai a mettermi la maschera adatta a ogni circostanza e, neppure so dire quanto fosse faticoso indossarla.

Mi dibattevo dentro una specie di melassa alta fino in vita. Mi sentivo diverso. Percepivo, davanti a me, un dito puntato come un fucile con il colpo in canna.

Ero diverso? No! Mi avevano fatto diventare diverso!

Era stato qui che avevo conosciuto il bullismo. Avevo legato con alcune ragazzine, le sentivo più affini alla mia sensibilità. Per questo stavo con loro, non perché volessi diventare una di loro! I compagni più grandi per gli anni ripetuti, prendevano di mira i pivelli come me. Fu un periodo che ancora mi fa male ricordare. Tacevo e subivo. Inghiottivo parole offensive, gesti offensivi e inammissibili, nei gabinetti sporchi. Non ne parlavo con nessuno. Quando un ragazzino si sente inadeguato, prova vergogna, paura e, inevitabilmente, si chiude sempre di più in se stesso.

 

Avevo un solo confidente fidato: il mio cuscino. Lui mi consolava, mi assolveva, raccoglieva le mie lacrime, ascoltava tutti i miei problemi senza stancarsi mai, senza giudicarmi.

Al mio tredicesimo compleanno ebbi in regalo una batteria. Nella solitudine della mia camera mi lasciavo sopraffare dal ritmo folle, improvvisato e suggerito dall’estro del momento. Senza l’assillo di richieste da decifrare avevo la percezione di volare e mi abbandonavo sulle ali di spartiti fantasiosi che non richiedevano arrangiamenti. Erano, per me, momenti scevri dalla necessità di rovistare nel sacco per individuare lettere, comporre parole, renderle comprensibili. Quando le forze arrivavano allo stremo, mi abbandonavo sul letto e mi addormentavo felice, con il sacco chiuso.

Ero in prima superiore e, quel giorno non stavo bene, avevo vomitato durante la notte ed ero partito da casa senza fare colazione. Mia madre mi aveva dato delle caramelle vitaminiche, casomai mi fosse venuto un improvviso vuoto allo stomaco. Cosa che puntualmente accadde, procurandomi l’annebbiamento della vista. Con cautela presi una caramella e la misi in bocca. Purtroppo mi vide la prof!

«Sta mangiando una caramella?», mi chiese con voce alterata. «No», colto in fallo, risposi senza pensare. Lei prima mi fulminò con gli occhi poi mi ordinò di portarle il libretto, mi appioppò una nota e mi spedì dal Preside. Avrei voluto spiegarle il perché, ma l’agitazione per essere stato scoperto, non mi aveva consentito altro se non di tirar fuori quell’assurdo “No!”.

Il Preside avvalorò la decisione della prof e m’inserì nella lista dei diffidati. Alla prossima nota sarei stato sospeso e l’occasione capitò.

Una mattina, per il ritardo della corriera, ero entrato in classe trenta secondi dopo il suono della campanella. Il prof mi bloccò sulla porta: «Si è accorto di essere in ritardo?».

Lo squadrai arrabbiato e lui percepì che stavo per scoppiare.

«Perché mi guarda cosi? Ha intenzione di picchiarmi?», chiese sarcastico e sicuro che, come al solito, avrei chinato il capo.

«Se fossimo fuori di qui, si!», e stavolta le parole erano già in canna, non avevo auto bisogno di cercarle nel sacco. Restammo a fissarci un lunghissimo istante, lui sorpreso, io con lo sguardo fermo sul suo viso. Non l’avevo abbassato, pur sapendo che stavo facendo una grande cazzata! Volevo solo che fosse lui ad abbassare i suoi occhi da gufo. Lo fece infine e, stirando le labbra in un ghigno, andò alla cattedra. Senza voltarsi mi ordinò di portargli il libretto, scrisse la nota e mi spedì dal Preside.

Ne seguirono altre, sempre sciocchezze se confrontate all’arroganza di certi compagni che il professore, neppure richiamava.

Trovai qui una prof che si prese lo scrupolo di indagare il perché del mio isolamento. Perché non parlassi e, soprattutto, il perché delle mie difficoltà nello studio. Aveva capito che non ero un menefreghista! Ora so che, gentilezza ed empatia richiedano una grande sicurezza personale e solo chi insegna per passione, la possiede.

Neppure qui ero riuscito a farmi amico di qualcuno. Neanche con la prof, né con i miei genitori trovavo il coraggio di confidarmi per dire quanto disagio mi portassi dentro, seppure che li sentivo in ansia per me.

Mi confidavo con il mio cuscino, o con il cavallo, o parlando con il vento mentre correvo lungo il tratturo che portava alla riserva. In quello scrigno, mi lasciavo andare e, steso sull’erba, finalmente calmo, urlavo i miei versi al cielo con gli occhi che si riempivano di lacrime.

Era la mia isola accogliente quella e non mi vergognavo a mostrarmi per com’ero.

“Come posso esprimere agli altri ciò che sento, così come faccio qui?” chiedevo sperando in una risposta. Nessuno rispondeva ma, ogni volta, sentivo prudere i palmi delle mani: era a loro che avrei dovuto affidarmi, per esprimermi?

In realtà mi veniva facile fare qualsiasi lavoretto con le mani.

I miei genitori intuivano la mia sofferenza e consultarono uno psicologo.

Accettai di andarci per accontentarli, ma con la prospettiva chiara di non aprirmi, ormai ero diventato abulico.

Incontrai invece un amico, un confidente attento, una persona che con pazienza scavava dentro di me e in quella ricerca aveva trovato il mio libretto delle istruzioni portandomi a capire che i fogli non erano completamente bianchi, qualcosa c’era scritto, dovevo solo decifrarlo. E cominciai ad aprirmi, a parlare. Lui ad ascoltarmi senza interrompermi. Quando aveva consolidato la mia fiducia in lui, mi fece urlare, piangere come non avevo fatto mai, singhiozzare tutta la mia angoscia trattenuta nello stomaco allentando anche il ronzio nelle orecchie che, a volte, mi faceva impazzire.

Lui non usò sdolcinature, ma autorevole fermezza per tirarmi fuori dal mio marasma. Pretese che, se con le sue spiegazioni e le mie risposte confuse non fossimo riusciti a capirci, gli dessi dello stronzo, e, qualora ne avessi sentita la necessità, gli andassi davanti e gli assestassi un pugno in pieno volto. Insomma, dovevo esprimere me stesso togliendomi di dosso la maschera e la rabbia che avevo cresciuto nell’incomprensione.

Era una provocazione che non raccolsi, mai! Non ce ne fu bisogno. Quel Professionista mi aiutò davvero. Fu lui a prospettare la possibilità che fossi DISLESSICO.

Sì. Lo ero. Ecco il mio problema!

Avevo bisogno di un insegnamento diverso.

Non è uno stupido, il dislessico, non è un asino, il dislessico. La mente di un dislessico funziona! Certo, diversamente da quella degli altri perché segue percorsi alternativi per giungere al risultato ottenuto con il percorso abituale. Molte volte il dislessico è dotato d’intelligenza superiore dei così detti “normodotati”.

 

Ero stato promosso, ma cambiai scuola e m’iscrissi all’istituto agrario. Pensavo che lo studio di materie legate alla natura potesse essermi più congeniale.

L’unico rammarico fu lasciare la mia prof.

Facendo tesoro dei supporti che la scuola, ora mi metteva a disposizione, la mia situazione migliorò, ma troppo tempo era stato perso e capii di quanto la diversità, unita a una forte sensibilità, fosse una fregatura immensa.

Fu quello un periodo segnato da una forte ribellione.

Le conoscenze di base non acquisite, mi mancavano e ormai era fatica immensa recuperarle. Era come nuotare controcorrente!

La dislessia senza gli strumenti per aggirarla e superarla precocemente, aveva lasciato profonde lacune in me. Nessuno immaginava lo sforzo che ancora dovevo fare. Quanto ancora mi sentissi solo. Quale fatica mi avesse sfibrato nel tenere sotto controllo le difficoltà, la paura, la derisione, mentre desideravo ardentemente provare la gioia di farmi abbracciare da sorrisi incoraggianti.

Mi avvolse uno strano sfinimento, come se l’adrenalina che mi aveva sorretto nel mettere la maschera e mostrare a tutti ciò che non ero, si fosse di colpo esaurita.

Non volevo pensare più a nulla. Non provavo più emozioni, né belle, né brutte.

I miei genitori, mi regalarono un cavallo. Fu da subito un approccio positivo sul quale contare e andare oltre l’abulia.

La responsabilità dovuta all’impegno di accudirlo mi fece sentire indispensabile. Lo chiamai Geronimo, in onore del capo Sioux.

Fu il mio cavallo a convincermi e m’informai sulla scuola d’arte di forgiatura dei metalli e di ferratura dei cavalli. Sapevo che era difficilissimo entrare, ma affrontai la selezione come una sfida. Su cento richiedenti, provenienti da tutta Italia, arrivai secondo, tra i dieci ammessi.

Feci la patente e mi trasferii, per un anno, vicino a Roma per frequentare quella scuola militare.

Lontano di casa imparai a vivere da solo.

La scuola, orientata all’apprendimento della manualità, mi diede la motivazione per  aprirmi, un’arma inedita per aggirare ostacoli, sciogliere  contraddizioni, vincere l’insicurezza.

Al termine del corso, avevo imparato a modellare i metalli e a ferrare i cavalli, ma ciò che più conta, acquistato fiducia in me stesso.

«La parte artistica della modellazione dei metalli, deve scaturire dalla vostra fantasia. Dovete sentirla, cullarla, portarla a maturazione dentro di voi fino a lasciarla fluire liberamente, fino a sentirla vibrare sotto pelle. Solo allora le mani sapranno esprimere la vostra arte!» Così si era espresso il direttore della scuola nel congedarci.

Questa scuola mi ha offerto anche una seconda opportunità: quanto imparato mi dà la possibilità di lavorare per essere indipendente e a entrare a testa alta nel mondo adulto.

Ho partecipato a varie gare di ferratura e forgiatura in Italia e all’estero e ogni volta ho raggiunto il podio.

Una sera, rientrato stanco dal giro di una giornata intensa di ferratura, mi ero disteso sull’amaca, all’ombra della quercia che tiene in frescura una parte del giardino di casa. In quel dolce dondolio di culla, mi ero appisolato. Il vibrare forte delle foglie mosse dal vento, improvvisamente mi aveva fatto sobbalzare e quasi cadere dall’amaca.

I miei occhi, avevano focalizzato una rosa sbocciata nel vicino roseto. L’avevo osservata a lungo, era così bella, vellutata, splendidamente perfetta.

D’un tratto le gambe, come dotate di volontà propria, mi avevano obbligato a scendere dall’amaca e portato… alla forgia.

L’avevo accesa e, tra il carbone, avevo inserito una barra di rame.

Era tanto che dentro gli occhi vedevo l’immagine di una rosa.

L’avevo pensata, cullata, immaginato la forgiatura e, ora, la sentivo vibrare sottopelle, assieme a tutte le informazioni su cosa e come fare.

Quando la barra aveva raggiunto il giusto grado di temperatura, indossato i guanti, avevo cominciato a modellarla.

I colpi si susseguivano precisi. Le braccia ricevevano le indicazioni senza la necessità di rovistare dentro il sacco. Non sentivo la fatica e, come un gioco fantastico, il rame prendeva forma, si faceva gambo slanciato e petali e corolla ed infine rosa.

Sudato e impazzito di gioia l’avevo alzata e gridando al vento: «Tu sei la regina del futuro!».

Era la mia prima scultura, e mi donava la sensazione stupenda di aver superato il periodo più nero della mia vita.

Ero sveglio o stavo sognando?

Dalla fucina, usciva un filo di fumo e sopra l’incudine stava la Regina del futuro!

Il segno tangibile che, la prova del nove, anche se a modo mio, era, è superata.

Ancora mi sorprende la straordinarietà di quel momento.

La chiarezza con cui esperivo quanto sia di vitale importanza seguire la propria strada e scoprire quali siano le mie capacità nella libertà di fare ciò che mi rende felice.

L’importante è avere davanti, ferme e chiare, tre parole semplici ma potenti: “Ce la farò”.”

La Commissione di valutazione costituita da scrittori, poeti e giornalisti rinnovano i complimenti alla scrittrice Nicolina Ros per l’eccellente componimento; congratulazioni.

Grazie Nicolina Ros.

 

 

Author

  1. Franco Salvatore Grasso 18 Novembre 2019 at 10:11

    A parte i dovuti complimenti per quest’opera davvero stupenda, confesso di essere stato ‘toccato’ emozionalmente dal racconto veramente originale. Non si tratta di un romanzo fantastico, bensì aderente alla realtà di tutti i giorni, si affronta, infatti, una problematica attuale, che dalla quale difficilmente si esce vincitori. Il protagonista, invece ce l’ha fatta.
    Le mie sincere congratulazioni.

    • Piero Casoli 18 Novembre 2019 at 17:59

      Concordo, l’opera merita assolutamente il 1° posto per la fluidità e semplicità del racconto che tocca un tema che incide profondamente l’anima e..la vita quotidiana. Grazie a nome della giuria.

  2. Giovanni Abbate 20 Novembre 2019 at 12:55

    ” La Prova del nove”.Ed ecco che la nostra Nicolina con questo racconto commovente e di testimonianza ci racconta gli ostacoli terribili che deve superare un bambino dislettico a casa e nella scuola. Abbiamo sempre qualcosa da imparare da questa formidabile scrittrice.
    Riferendomi a certi insegnanti e presidi delle scuole rimango sconcertato per il loro comportamento
    disumano.

    • Piero Casoli 3 Gennaio 2020 at 19:47

      Buonasera e scusi il ritardo nel rispondere al suo commento che purtroppo era archiviato tra i messaggi SPAM. Concordiamo con le sue osservazioni sotto vari profili: alcuni componenti della Giuria hanno una lunga esperienza come docenti e a volte sono stati testimoni non passivi di situazioni simili a quelle affrontate dal personaggio del racconto; l’autrice ha una scrittura magnifica, capacità espressiva e pregevole esposizione. Non è quindi un caso che la Giuria le abbia conferito il 1° posto. Grazie

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