Il verso irrequieto di Andrea Lepone

Il verso irrequieto di Andrea Lepone

Poesia 173

Il verso irrequieto di Andrea Lepone.

Note su “Riflessioni in chiaroscuro”.

recensione di Cinzia Baldazzi

A volte accade, nella critica, di sentire la necessità di caratterizzare con precisi tratti marcati i dati fondamentali di una poetica: non perché essi esauriscano in tali indicatori di veicoli o sfumature di messaggio l’indole globale del contesto, bensì in quanto la loro articolazione espressiva scatena la tensione rappresentativa più forte dell’aura percepita. Evocano così nei lettori un limpido, impellente desiderio di svelare pause adeguate, private e assolute, contingenti ma perenni.

In un’atmosfera analoga la silloge Riflessioni in chiaroscuro di Andrea Lepone appare carica di un senso precario, doloroso, dell’essere (Sein) e dell’esserci (Dasein) – secondo la terminologia di Martin Heidegger – in cui il poeta viene coinvolto con noi in un meccanismo di denuncia della facile via dell’alienarsi, del subire in silenzio. Come se, avviato al XXI secolo, l’ambito storico-sociale tormentato dei valori di un tempo, traditi o dissolti, comunque non autodistrutti, ospitasse autori consci che l’arte sia sempre un discorso sul reale e non sopra input consolatori, mistificatori, o evasioni personali ed eversive.

«Non è che un gioco vile per distribuire vane ricchezze», scrive Lepone in Segreti mai rivelati, poiché

non potremo scappare, saltare il fossato

dell’incompetenza, ognuno avrà il suo bel da fare

per non cadere nella penombra, per riscoprire

la consapevolezza sottomessa dai codardi.

Eppure, – quasi ascoltando il grande filosofo dell’Essere e tempo [Sein und Zeit, 1927] – tra i versi del libro il nucleo dell’esistere appare simbolicamente indissolubile dallo spazio di scegliere, di progettare una salvezza, nel ripristino di una sintesi tempo addietro sacrificata ai vecchi inganni.

Il verso irrequieto di Andrea Lepone

Andrea Lepone suggerisce di andare oltre «la perversa dittatura dell’egocentrismo», consona a ridurre gli individui nel ruolo di «un ribelle condannato», una sorta «lumaca straziata, su un carbone ardente». Il taglio narrativo dei brani è crudo, pragmatico, in una inconsapevole e attuale area di giudizio finalistica, antagonista dell’assurdo, dell’ostilità di ogni target anti-umano, in attesa di eventuali dialoghi dell’uomo con realtà proficue ancora possibili – pure lo saranno, lo fossero –  in un mondo differente con nuovi, autentici codici di riferimento.

Il poeta alterna l’obiettivo della parole da un’icona all’altra, quasi mète susseguenti di arrivo, a volte di potente taglio surreale: tutto ciò invita a riflettere sulla misteriosa, intima connessione sviluppata nella letteratura tra l’area fantastica e il macrocosmo terreno, immanente. Ecco, ad esempio, La foresta dei corpi trasmutati:

Una pecora pende da un albero scuro,

nella foresta dei corpi trasmutati,

belando disperata dinanzi all’eterno dilemma,

una ruota temporale ferma,

immobile, sulla strada della verità.

Un sincretismo dottrinale l’avvolge,

un principio senza nome,

un talento apparente che non merita

di soffrire, ma di riposare.

Sfogliando la raccolta Riflessioni in chiaroscuro, ho ripensato alle pagine di versi e prose di Carlo Betocchi, vissuto nella prima metà del Novecento. Ricordo quanto fosse considerato, tra gli ermetici, una guida morale, poiché, al contrario del movimento culturale in sé, nel suo microcosmo la coesione di lessico e contenuto rimaneva distante dai processi analogici dove si richiamava a priori il significato da veicolare.

L’autore, nato a Torino, si muoveva, all’opposto, ai bordi di un asse di langue diretto, momentaneo, capace di evidenziare un realismo emergente a lato delle tendenze etiche: ma al di qua, al di là di trame oniriche scontate, evitando piani referenziali nella norma diffusa dalla convenzione.

Sebbene il paragone con Betocchi sia figurato nonché strumentale, il nostro giovane poeta, nell’orizzonte di contemporanei, coraggiosi passi nel sentiero di utopie concrete, transita nel vasto terreno di un linguaggio variegato assai simile: è vero, Lepone non indugia in ritualità di suppliche cultuali, tuttavia riesce a coltivare campi semantici di tale intensità del sogno in fieri da consolidare l’unione logico-intuitiva in straordinaria sintonia con preghiere rivolte al genere umano, alla ragione, alla natura dei sentimenti.

Così delinea la propria Weltanschauung, nell’accezione di prospettiva allargata della vita:

Esiste una storia da raccontare in ognuno di noi. Sentimenti, sogni, speranze. Sono queste le cose che animano il mondo, e non esiste modo migliore di esprimerle se non attraverso un racconto o un’opera poetica.

Nel brano L’ululato furioso è scritto:

Cadono gli imperi, i comizi si perdono

nelle memorie degli anziani,

le domande ontologiche ossessionano

le menti degli studiosi, si sciolgono tra le pagine

dei manuali filosofici, stilati in epoche remote.

Le supposizioni si perdono in un mare

di superbia […].

I bambini, con candida innocenza,

li ritrovano nelle favole, nei racconti

visionari, suscitando manie di grandezza.

Rammento, in proposito, alcune strofe appunto di Betocchi, Un dolce pomeriggio d’inverno, precedute dal verso di William Blake in epigrafe, ossia: «L’eterno corpo dell’uomo è l’immaginazione»:

Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce

perché la luna non era più che una cosa

immutabile, non alba né tramonto,

i miei pensieri svanirono come molte

farfalle, nei giardini pieni di rose

che vivono di là, fuori del mondo.

Il verso irrequieto di Andrea Lepone

Perché è evocata la presenza di elementi remoti dal ruolo ordinario? Una luna ineffabile, farfalle svanite, fiori spuntati ai confini del conosciuto: è vero, le rose hanno una breve esistenza, ma in altri habitat, in contesti ulteriori, esse possono invece in effetti godere di una vita estesa nell’arco spazio-temporale circostante. Pensate al destino degli alberi nella poesia di Lepone La metafisica ermetica dello spirito:

Gli alberi ascoltano le suppliche

pronunciate dai nemici scoraggiati,

mentre le nostre grida di vittoria

li scuotono dalle radici alla chioma […].

A spezzarli sarà l’odio profondo

per la naturale bellezza,

la messa a nudo dei vizi

trasformati in atroci virtù,

la rivincita delle tartarughe

sulle lepri maligne,

che le sorpassarono,

come sciocche fuggitive.

Il linguaggio dell’intero componimento risulta più esplicito di quello betocchiano, trattandosi di un sistema di segni-segnali volutamente incentrato sulla volontà di privilegiare catene di pertinenza di “opera aperta”: attenzione, non vagheggiante in aure lontane, piuttosto incrementata dall’afflato segreto, colmo di fascino, del “qui e ora” imperante.

Tuttavia, non intendo un hic et nunc eletto in principio, bensì in ciascuno di noi. Sviluppando il paragone con il repertorio di Betocchi, Lepone avanza «con passo di gambero»:

riscriveremo la storia dell’uomo,

mescoleremo individualità e tonalità

per creare un abominio che rovesci

questo indegno, indecente mondo.

Ed ecco Andrea Lepone alludere in maniera esplicita e liberamente alla matrice interpretativa dello scrittore fiorentino d’adozione, concludendo:

La metafisica ermetica dello spirito

ci guiderà nei meandri della psiche,

e la fede misurerà le qualità astrali

della ragione, i propositi dell’essere.

Volgendo lo sguardo su altre chiavi semantiche della raccolta, Riflessioni in chiaroscuro si accorda sempre con la musica, insieme al ritmo, persino quando la rete lessicale sembra forte, cadenzata, strutturata in numerose pause, in complessi rapporti con varie tipologie poetiche del Novecento. All’interno trovano posto, in una materia linguistica densa di echi attuali, il colloquio con il fato, la denuncia delle ingiustizie, la forza dell’eversione, l’appello al χρόνος, il tempo reo della sera foscoliana. Si percepisce una consapevolezza, un tono fiero dell’autore, al confine con un’autonomia altera e sostenuta, al pari dell’identikit elaborato dal dimenticato Antonio Gramsci: «Gli intellettuali concepiscono la letteratura come una professione a sé». 

Tale ambito anche oggi è veritiero, nonostante rispetto ai gramsciani anni Venti si viva l’impossibilità concreta, reciproca, di un comunicare diretto: i mezzi di massa sono sparsi ovunque, cresce la diffidenza nei confronti dell’ampiezza, del respiro, di elementi trasmessi con la parole, in specie se immersa nell’ars poetica. È stata superata l’illusione di potersi appellare a un sereno, non arbitrario naturalismo descrittivo: la ποιητική-poietikè odierna tenta di dare forma a ciò in cui crede, in un atto di scelta, come sostiene Enzo Paci, per il quale «un molteplice senso di relazione si trova riunito in una vivente armonia organica».

Completo il sintetico excursus nella lirica di Andrea Lepone precedendo il calare del suo sipario e rammentando un drammatico plenilunio:

Non rimane che un’immagine narcisistica,

un riflesso indesiderato del passato

da guardare, da ammirare, da ricordare.

E cito un brano del filosofo danese Louis Hjelmslev, ne I fondamenti della teoria del linguaggio:

Il segno è, dunque, per quanto possa sembrare paradossale, segno di una sostanza del contenuto e segno di una sostanza dell’espressione. Il segno è un’entità a due facce, che guarda come Giano in due direzioni e si volge “all’esterno” verso la sostanza dell’espressione, e “all’interno” verso la sostanza del contenuto.

Il verso irrequieto di Andrea Lepone

Pertanto, incoraggiati da uno dei padri mondiali dello studio del linguaggio, con Lepone leggiamo e, chissà, componiamo Poesie irrequiete, che

non lasciano spazio alla critica

letteraria, piuttosto gettano

la propria ombra tra i sospiri

di colui che le compone

Poi, però, per buona sorte, almeno mia, essendo un critico,

se non ci fosse il vero

a regolare il concetto del tutto,

solo macchine ossidate

vagherebbero per le strade,

celando sotto perpetui movimenti

lo squillo delle trombe euforiche

chiamate a suonare ogni santa domenica.

Concludendo nell’attesa della prossima domenica, apprezziamo il ritmo avvincente dell’intera antologia, intendendo per ritmo la complessa struttura presente nelle strofe di equilibrate simmetrie o asimmetrie tra vocaboli, sillabe, suoni all’altezza di animare il verso, da non confondere con il metro che è un’unione di misura precisa a cui si debbono adeguare, pur con armonia, parole e cose.

L’oggettualità e lo spirito soggettivo di Riflessioni in chiaroscuro percorrono, invece, un iter misterioso, indipendente, caro al cuore, alla mente del poeta: emerge una ribellione alla tradizione – nemica del quid creativo – in grado di equivocare sull’apriori del decoro classico e sulla libertà moderna sempre in progress. Un sistema dinamico, suggerisce Lepone in Segreti sotto la pelle, ove

giacciono segreti mai rivelati,

rabbia d’amore, un’opulenza tiepida

che non ne vuol sapere di andare via,

di viaggiare in giro per il mondo, per allietare

quelle persone opportuniste che non conoscono

la vergogna, un soprabito indossato al mattino,

prima di uscire e seminare dolore nel giardino

dei peccati, un dolore sepolto che riaffiora

in un fiume di speranza.

Nota editoriale:

E’ oltremodo difficile ed implica un profondo senso di responsabilità e di rispetto commentare una recensione scritta da un critico affermato e, tale difficoltà, è maggiormente avvertita dal sottoscritto pur essendo anch’esso critico di professione.

Il pensiero della Dott.ssa Cinzia Baldazzi è maestoso, analitico, profondo ed ha l’immensa dote di aver dettagliatamente estratto “l’intimo universale” che l’autore Andrea Lepone trasmette al lettore della sua opera Riflessioni in chiaroscuro.

I continui rimandi ad altri scrittori, ad altre visioni, in un continuo parallelismo storico culturale confermano ancora una volta la profondità del pensiero e la non comune capacità della Dott.ssa Cinzia Baldazzi di cogliere il profondo percorso della mente e dell’anima di Andrea.

Grazie Cinzia per questo tuo insegnamento.

Piero Casoli

Author

  1. Cinzia Baldazzi 16 Marzo 2019 at 19:59

    Caro Piero, sono orgogliosa di questo commento alle mie note critiche. Grazie ancora a te e ad Andrea Lepone per l’ottima occasione critica fornita dalla lettura del libro “Riflessioni in chiaroscuro”.

    • Piero Casoli 29 Marzo 2019 at 23:30

      Cinzia buonasera, solo ora ho recuperato dalla cartella SPAM la tua gradita nota. Il mio/nostro commento non è assolutamente piaggeria ma solo l’espressione scritta di una profonda stima ed ammirazione sincera che ti riconosciamo. Grazie cari saluti Piero

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